
All'inizio c'era un'utopia: creare liberi spazi dell'educare, scuole fuori dalla istituzione scuola, ispirate alle pratiche educative della pedagogia popolare e a quella che Alex Langher chiamava l'utopia concreta della conversione ecologica. Tutto questo avveniva circa venti anni fa. Nel Movimento di Cooperazione Educativa questa utopia l'avevamo chiamata Scuole elementari verdi per grandi e bambini. II gruppo di Messina che aveva contribuito alla elaborazione del progetto nazionale, immaginava le sue Scuole verdi come una struttura dove fosse possibile intrecciare ricerca educativa, ascolto del territorio, produzioni artigianali ed esperienze artistiche.
E fu proprio nell'ambito del progetto Scuole verdi che fondammo La ragnatela.
Nel nostro immaginario, la ragnatela rimandava a percorsi di conoscenza complessi, alla relazione tra l'infinitamente piccolo e l'infinitamente grande, ad una struttura non data ma da costruire a poco a poco con pazienza e saggezza…
Per oltre un anno, abbiamo esplorato i luoghi più diversi: masserie, monasteri basiliani, borghi abbandonati, perfino una polveriera! Nel frattempo ci siamo interrogati sul senso del nostro progetto e sulle sue molteplici relazioni con le nostre vite, i nostri desideri, i nostri limiti. Infine ci siamo fermati. Sulla ricerca del luogo ideale ha prevalso il desiderio di concretizzare la nostra utopia e, poiché, come dice un proverbio siciliano, quannu amuri voli trova locu, abbiamo trovato un luogo, abbiamo scelto di restare in città e nella città Il Magazzino. Per molto tempo noi de La ragnatela abbiamo continuato a chiamare la sede operativa dell'associazione Il Magazzino quasi per conservare la memoria del luogo che tanto tempo fa, prima della guerra, era stato il magazzino di una ditta esportazione di agrumi, lo stanzone nel quale gli agrumi venivano imballati per essere spediti in tutta Europa e Oltreoceano.
La nostra scuola verde iniziava così con la ristrutturazione dei locali, con gli incontri e i seminari. Eravamo un gruppo che ancora sapeva poco di sé ma tra noi c'era una bambina disabile, Francesca, testimone attenta dei nostri tentativi e nostra compagna di ricerca come tutti i nostri figli.
E' stata la sua presenza a dare una svolta radicale al nostro lavoro. Nel 1991 abbiamo aperto un laboratorio di espressione grafico pittorica per persone disabili; l'anno successivo è stata la volta del laboratorio di espressione musicale Suono e ritmo.
In questi anni i due laboratori hanno percorso una strada molto accidentata pur mantenendo anche nei momenti più difficili le loro caratteristiche fondanti: l'attenzione al processo creativo, la cura delle relazioni, il lavoro cooperativo di gruppo. Nel tempo é emersa la loro identità più profonda di luoghi appartati ma non separati dal mondo, di luoghi dell'integrazione e dell'ascolto, del reciproco adattamento creativo. Si sono rivelati piccole comunità elastiche capaci di affrontare perturbazioni e cambiamenti nelle quali la diversità ha indicato nuove modalità e nuovi percorsi di conoscenza e di scoperta di se stessi e dell'altro. Le pitture, le installazioni, le performance e i concerti, risultato di ore e ore di lavoro, hanno assunto uno stile inconfondibile e delineato l'identità de la ragnatela.
Per noi, ancora oggi, un nodo difficile da sciogliere è la nostra relazione con l'arte: non è un caso che per anni il laboratorio che teniamo al mattino si sia chiamato di espressione creativa e che solo da tre anni si chiami DArt. Abbiamo scelto questo nome volutamente ambiguo proprio perché il laboratorio vive in una terra di confine tra arte ed educazione. DArt si può leggere come D'Arte ma la D iniziale anche può suggerire la parola disabilità: Disabilità e Arte.
L'incontro con l'arte è stato ed è tuttora drammatico nel senso etimologico del termine: fortemente legato alla nostra azione. Da sempre ci dichiariamo outsider dell'Arte perché siamo fuori dal sistema e dal mercato dell'Arte ma ciò non vuol dire che ci sottraiamo alla responsabilità della creazione artistica, che non ci confrontiamo ogni giorno con le eterne domande che ogni artista si pone circa il senso delle proprie opere, la loro bellezza, il loro valore d'uso, il loro destino.
L'arte è il tempo-spazio che ci permette di esprimerci e quindi di esistere.
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