
[…] il corpo è il grande assente della rivoluzione informazionale. Nonostante sia al centro dell'attenzione, nonostante sia invaso e trasformato dall'elettronica, dalla robotica e dalla spintronica, anzi forse proprio per questo, il corpo diviene un oggetto e perde le residue caratteristiche personali, di unicità e sacralità. Denigrato e disprezzato prima dalla civiltà greca che fin da Platone aveva teorizzato la superiorità dell'anima e della mente sul suo corruttibile supporto, sogguardato con sospetto dal cristianesimo per la sua irresistibile propensione al peccato, considerato con sufficienza da Cartesio e da tutti i suoi figli e nipoti, oggi infine è esposto, squartato e spezzettato, sulle bancarelle del mercato totale dove diviene oggetto di contrattazione commerciale (non si dimentichi la potente spinta economica che fomenta tutte queste trasformazioni).
Il corpo si trova in una situazione confusa ed è al centro di forti contraddizioni. Se viene rivalutato come arca d'intelligenza e di conoscenze implicite e primordiali, in opposizione alla mente disincarnata e troppo fragile vagheggiata dall'intelligenza artificiale, allo stesso tempo se ne ribadisce l'inferiorità, visto che la (ri)produzione del corpo viene considerata, come sempre e dovunque, gratuita e quasi banale. Da parte di medici e biologi, di ingegneri e tecnici, il corpo è teatro di una sperimentazione trasgressiva e amorale che per alcuni ci sta portando verso un futuro vertiginoso di semidei e che per altri all'opposto sconfina nella profanazione di ciò che abbiamo di più intimo e individuale. La gelosa conservazione del corpo, la difesa della sua integrità, la ricerca del suo benessere all'interno di un orizzonte temporale finito e armonico sembrano oggi cedere a pressioni eugenetiche all'insegna di un'immortalità che non gli può appartenere e che spinge alla sua ibridazione tecnologica.
Allo stesso tempo, intorno al corpo si sviluppa un interesse superficiale quasi morboso, che si manifesta nella moda delle ginnastiche, dei massaggi, della cosmesi, della perforazione, della deformazione e della mutilazione. La cura maniacale e spesso aberrante del corpo, dal trucco alla depilazione, alla chirurgia estetica, è un aspetto molto appariscente dell'artificiale e sostiene un imponente indotto commerciale. Tutto ciò si accompagna a un'irrimediabile svalutazione del "naturale", o meglio a una sua progressiva confusione con il tecnologico, che porta a integrare e infine a sostituire il corpo con le macchine, le vere depositarie dell'incorruttibilità, dell'olimpica serenità analgesica e, domani, forse, dell'immortalità. Il corpo diviene oggetto di sperimentazioni artistiche, diviene spettacolo e luogo di spettacolo, la sua anatomia, le sue funzioni, i suoi organi vengono disintegrati e osservati analiticamente nella prospettiva di curarli, correggerli e modificarli potenziandoli o sopprimendoli, in vista di un compiuto affrancamento dal retaggio bioevolutivo.
In particolare sono interessanti gli effetti che sul corpo produce la tecnologia informazionale. La telematica e la realtà virtuale ne producono in sostanza una diffusione comunicativa e, rispettivamente, percettiva e operativa. Ad esempio, con gli strumenti della realtà virtuale il corpo si estende nello spazio in modi inediti fino a occupare tutto il globo. La distanza viene annullata e la sensibilità viene dis-locata, ma in modo paradossale, negandone l'attributo primo, quello della prossimità o della presenza, dunque attraverso l'artificio e la simulazione. Con la realtà virtuale il potenziamento del corpo avviene, in ultima analisi, attraverso il suo opposto, cioè la negazione: si può fare un viaggio lunghissimo senza muoversi dalla poltrona, dunque senza attuare la dislocazione spaziotemporale di cui il corpo ha (aveva) bisogno per percepire, dunque per esistere.
La tele-azione comporta una tele-esistenza e la perdita del mondo spaziotemporale della realtà a vantaggio di un mondo tele-spaziotemporale manipolabile a volontà. La realtà virtuale ci dona tecniche di sostituzione che preludono all'ubiquità, ma attenuano e alienano (o, secondo alcuni, uccidono) la percezione immediata. L'onnipresenza e l'inerzia totale vanno di pari passo. Allo stesso tempo la realtà virtuale ci consente di assumere apparenze stravaganti o chimeriche, presentando agli altri una personalità e un aspetto arbitrari.
Poiché il corpo è il fondamento primo del nostro senso d'identità, la realtà virtuale può modificarlo e sconvolgerlo. Guardandoci allo specchio della realtà virtuale potremmo giungere a non riconoscerci più sotto la maschera sfigurata che abbiamo indossato per presentarci agli altri. Si profila una confusione forse definitiva tra l'"io" e l'"altro", tra le cose e la loro rappresentazione. Come un sottilissimo stupefacente, lo sciame di bit che ci riconfigura senza posa insieme con l'ambiente, rendendoci virtuali, ci impedisce di distinguere ciò che facciamo da ciò che ci viene fatto. Si può immaginare quali effetti abbiano questa fluidità e questa confusione identificativa sulla psicologia infantile, visto che, per formarsi, il senso d'identità dei bambini ha bisogno di riferimenti solidi e certi.
Ormai anche la realtà "data" assume connotati virtuali: siamo immersi in un mondo con il quale interagiamo, contribuendo a modificarne l'assetto e che, allo stesso tempo, ci modifica. In questa dialettica interattiva, soggetto e mondo sono un unicum in senso radicale e si costituiscono simultaneamente. A questo punto non si può più parlare di una realtà o di un mondo dati una volta per tutte, ma si deve parlare di più realtà/mondi, che si mostrano differenti a sguardi diversi e che (come in meccanica quantistica) si eventuano nel momento in cui si instaura l'interazione che li evoca.
Questa separazione del corpo dalle sue funzioni primordiali e questa attenuazione o negazione della presenza operata dalla tecnologia comportano ancora una volta sofferenza. E' ormai riconosciuto che esiste un rapporto strettissimo tra l'interazione sensoriale e motoria diretta tra i corpi e la salute e il benessere: in particolare sembrano essere benefici gli eventi artistici dal vero: concerti, opere, commedie, danze e così via. L'astrazione dal corpo e dalla sua fisicità comunicante operata da gran tempo dalla scienza e oggi soprattutto dalla tecnologia dell'informazione potrebbe dunque non essere salutare per la componente biologica dell'uomo: ciò sembra dovuto a una discontinuità evolutiva che a malapena può essere controbilanciata dalla continuità rappresentata dalla componente biologica.
Ecco perché i bambini, ancor più che gli adulti, dovrebbero godere dell'immersione totale, di corpo-mente, nell'esperienza vivificante e salubre di essere al mondo e nel mondo. Uno sviluppo ipertrofico della mente, come quello indotto e agevolato dalla telematica a scapito dell'esperienza diretta e dell'interazione fisica con gli altri esseri viventi comporta un appiattimento delle capacità umane, anche di quelle più astratte, come quelle verbali. La nostra mente vive e si sviluppa nell'interazione con le menti altrui e questa interazione è tanto più efficace e nutriente quanto più passa per la ricchezza e complessità espressiva del corpo.
La rinuncia al corpo, o la sua repressione, indurrebbero una grave deprivazione delle capacità comunicative nel senso più ampio, che negli uomini sono così raffinate e sono fonte di tanta ricchezza e soddisfazione. Gli esseri umani hanno una predisposizione originaria alla comunicazione, all'interpretazione dei segni, al gioco linguistico, alla menzogna, al teatro, alla recitazione e così via: siamo frammenti di qualcosa di più ampio, siamo in una simbiosi che non è solo di tipo fisiologico ma anche di tipo comunicativo molto profondo.
Alla nascita siamo espulsi dal ventre materno e via via ci rendiamo conto di essere una parte staccata da tutto il resto, eppure manteniamo una forte coesione comunicativa con il mondo che pian piano vediamo allargarsi intorno a noi. E' questa coesione comunicativa che fa funzionare in modo egregio quegli strumenti imperfettissimi che sono i segni e i linguaggi: noi tutti sappiamo comunicare, e in più abbiamo una forte volontà cooperativa alla comunicazione. La comunicazione non è in primo luogo un'esperienza concettuale, bensì un'attività globale della persona intesa come unità di mente e corpo: noi parliamo, raccontiamo le storie, argomentiamo, recitiamo, e questo comunicare diffuso e continuo è basato sulla nostra natura corpo-mentale originaria o primitiva, costituita dal nostro essere in comunicazione già prima di comunicare esplicitamente. La tecnologia dell'informazione introduce in questa variegata complessità drastiche mediazioni e semplificazioni che portano a una sorta di omologazione verso il basso. Se ciò agevola la comunicazione tra uomo e macchina e quindi è utile per sfruttare gli strumenti, allo stesso tempo impoverisce la comunicazione umana: il lessico si riduce, le strutture grammaticali e sintattiche si uniformano a pochi modelli. E il corpo si eclissa. Impoverendosi il veicolo, anche l'espressione e la comunicazione rischiano di irrigidirsi in formule stereotipate.
Perciò allo slogan oggi in voga "un computer su ogni banco di scuola" io contrappongo uno slogan reazionario: "su ogni banco un compagno di banco" con cui si possa giocare alla comunicazione, fare il teatro, toccarsi e darsi degli spintoni e accarezzarsi, per scoprire quello strumento meraviglioso del nostro essere nel mondo che è il corpo senziente e comunicante.
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