
Repubblica 18 luglio 2002
Il futuro si chiama non luogo.
È la fine del tessuto sociale nel quale è dato riconoscersi secondo una scala di valori
U. Galimberti
C’è qualche rapporto tra l’architettura e quel processo, all’apparenza irreversibile, che traduce le grandi città in agglomerati disconosciuti, senza più quel tessuto sociale che creava quel rapporto. fiduciario fra gli abitanti del territorio i quali, se anche non si conoscevano, sapevano di sotto stare a quella legge non scritta che era l’uso e il costume degli abitanti di quella città.
Già da vent’anni i demografi che, al pari dei geologi, nessuno ascolta, perché gli uni e gli altri parlano di tempi che non sono l’oggi e il domani, avevano annunciato che nel 2030 i quattro quinti dell’umanità si sarebbero raccolti in trenta città. E questo cosa significa? Significa che le città avrebbero perso i loro connotati e sarebbero diventate pure estensioni di uomini, concentrati l’uno affianco dell’altro, con l’unico vincolo che è il procacciamento del denaro. Non più un denaro prodotto dalle arti e dai mestieri del territorio, ma un denaro da tutto sradicato, che ha nei confini del territorio il suo maggior ostacolo.
Già oggi merci e denaro percorrono le vie del mondo più liberi dell’uomo, e rispetto a loro l’uomo trova il proprio riconoscimento solo come funzionari delle merci e funzionario del denaro. Funzionari legali come tutti quelli che vanno in fabbrica o in ufficio, funzionari illegali come quelli che, ai bordi della città, premono con le loro pratiche di capitalizzazione selvaggia che da sempre sono la prostituzione, l’usura, il commercio della droga e delle anni.
Ma quando il denaro, legale o illegale che sia, diventa l’unico vincolo di convivenza di quegli agglomerati di varia umanità che, senza più usi, costumi e tradizioni comuni, solo per pigrizia mentale continuiamo a chiamare «città», allora è prevedibile che l’azione criminale, se non gesto quotidiano, rischia di diventare gesto frequente. E in questo sospetto, che diffuso si affaccia alla soglia della nostra coscienza, si radica la paura della città.
Una paura che non è dovuta al fatto che sono arrivati gli albanesi, i kosovari, i curdi, i maghrebini, i nigeriani, come la recente legge sull’immigrazione vorrebbe far credere, ma perché il risvolto negativo della “globalizzazione economica” è la “deterritorializzazione umana”, a cui l’architettura dà il suo convinto contributo. E questo non per adeguarsi allo spirito del tempo, ma perché, giorno dopo giorno, l’architettura si è consegnata integralmente alla tecnica che, da “strumento” al servizio dell’idea architettonica è di venuta la “forma” di questa idea.
A denunciare questa pericolosissima resa è un bel libro di Vittorio Gregotti (un architetto che tutti conoscono perché ha firmato importanti progetti a Berlino, Lisbona, Barcellona, Parigi e naturalmente in Italia) che ha per titolo Architettura, tecnica, finalità (Laterza, pagg. 140, euro 9.50). Ed è proprio dalla messa in tensione delle due parole che compongono il titolo: “Tecnica” e “finalità” che nasce l’idea del libro, dove si descrive la perdita da parte dell’architettura di qualsiasi finalità e la sua resa incondizionata al predominio della tecnica, arte del “fare” che ha perso qualsiasi riferimento al mondo dell’agire.
La distinzione risale agli antichi greci che chiamavano poiesis il “fare tecnico” per cui l’architetto sa fare le case, il costruttore di navi le imbarcazioni, ma né l’uno né l’altro sanno quante se ne devono fare, come si devono fare e perché si devono fare. Questo sapere esula dalla competenza tecnica che presiede l’ordine della “produzione”, perché rientra nell’ “agire” (che i greci chiamavano praxis) dove si decide quale orient mento dare al “fare”, quali delle cose che si possono fare, sono “da fare”. Luogo eminente dell’agire è la politica che Platone definisce “tecnica regia”, perché determina le finalità dell’operare tecnico.
Dai greci fino al secolo appena trascorso il quadro è rimasto pressoché immutato. L’ordine dell’agire, in cui convergono i bisogni, i desideri e le aspirazioni degli uomini, fissava le finalità al fare tecnico, che quindi svolgeva la funzione di “mezzo” in vista degli scopi che l’agire politico assegnava.
Nel ‘900 quest’ordine gerarchico subì un radicale capovolgimento, perché la tecnica, per effetto del suo sviluppo, subordinò a sé sia l’agire politico sia l’agire economico. La politica non fu più il luogo ultimo della decisione perché, per decidere, il politico prese a far riferimento all’orizzonte economico e l’economista, per prendere le sue decisioni, non poté fare a meno di prendere in considerazione le risorse tecniche. La tecnica a questo punto cessò di essere uno “strumento” nelle mani della politica e dell’economia perché, ponendosi come ciò senza cui nessun progetto politico poteva realizzarsi e nessun disegno economico trovare attuazione, la tecnica divenne quell’orizzonte assoluto, privo di riferimenti, o come dice Vittorio Gregotti di “finalità”, capace di subordinare a sé politica ed economia che un tempo assegnavano alla tecnica il suo scopo.
Diciamo “priva di riferimenti” perché la tecnica non tende a uno scopo che non sia il proprio autopotenziamento, non promuove un senso che non sia il semplice e illimitato sviluppo, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica “funziona”, e siccome il suo funzionamento è diventato planetario non possiamo evi tare di fare i conti con questo capovolgimento, che finisce con il regolare la vita degli uomini sui soli criteri della funzionalità e dell’efficienza, che sono gli unici valori che la tecnica riconosce nel deserto degli scopi.
Quali sono le ricadute di questo evento sul “costruire” e sull’ “abitare”? Il “caos atopico” dice Vittorio Gregotti, dovuto al fatto che la città spezza il legame che ha sempre avuto con il contesto materiale e storico da cui traeva forma la sua identità specifica e si deterritorializza, diventando un “non luogo (a-topos)”, perché entra in crisi il disegno urbano e la stessa idea di “luogo” come rappresentazione di un ordine sociale.
Se prescindiamo dai centri storici, per altro ridotti a semplici centri turistici dove non si tarderà a pagare per accedervi come nei musei, è difficile, di fronte ai nuovi insediamenti, scorgere un principio d’ordine che li preceda nei valori e negli obiettivi.
Quel che appare in tutta evidenza è una sostanziale equivalenza di stili e di luoghi tra loro perfettamente intercambiabili, dove si indebolisce il concetto di stabilità, il legame con le tradizioni, la relazione tra città e cittadini, mentre si accentua l’uso tecnico e funzionale della città, che meglio risponde alle esigenze di mobilità, flessibilità, migrazioni, dettate dal criterio efficientista che, insieme alla funzionalità, è l’unico valore riconosciuto dalla tecnica.
Priva di finalità, che non sia il proprio autopotenziamento, la tecnica tende a far passare la delocalizzazione territoriale di cui ha bisogno come espressione di libertà: libertà dai vincoli territoriali, dal peso delle tradizioni, dalla coesione sociale, per promuovere l’energia dell’individuo che tende a considerarsi tanto più libero quanto più è isolato e privo di legami, non solo esterni ma anche interni.
Nella delocalizzazione territoriale infatti tutto diventa intercambiabile: dai vicini di casa, ai lavori, agli amanti, alle relazioni senza impegno, dove il concetto di libertà si risolve nel mantenere aperta la possibilità di scegliere. E, nel caso fossimo costretti a scegliere, garantirsi la revocabiità della scelta, per cui se mi sposo posso divorziare, se resto incinta posso abortire, elementi questi che mal si conciliano con la costruzione non dico di un’identità, ma neppure di una biografia riconoscibile.
L’orizzonte afinalistico della tecnica, che produce per consumare, aldilà dei nostri bisogni, di cui peraltro ha bisogno per continuare a produrre frantuma l’idea di tempo ormai scandita dal suoi prodotti di prima, seconda, terza generazione, e collassa l’idea di spazio che, per effetto delle comunicazioni immateriali (telefono, televisione, e-mail, Internet), induce in ciascuno di noi la visualizzazione di una città “globale”, che riduce la città tradizionale a centro finanziario che governa le forme di produzione, disseminate in tutto il mondo, e la città “storica” a museo da inserire a sua volta nello scenario produttivo-turistico.
Questo processo di de localizzazione territoriale della città, che è poi lo specchio della dissociazione sociale, viene venduto come “flessibilità” e questa come “libertà” (intesa come assenza di impedimenti), quando invece la flessibilità, che ha più parentela con la “provvisorietà” e la “precarietà” che con la “libertà”, è in realtà l’ideologia della tecnica e del suo sfrenato processo innovativo il quale, per giustificarsi, non trova argomento migliore che presentare come “arretrata” l’organizzazione territoriale della società.
Finisce così che la pratica artistica dell’architettura, se corrotta dall’ideologia della flessibilità, prenda a prestito, per ispirarsi, la scenografia cinematografica e televisiva, i video clip, gli spettacoli rock, la moda con tutto il suo corredo pubblicitario, nel goffo tentativo di far passare per arte il gusto della maggioranza coincidendo organicamente con le sue oscillazioni e preparando per esse scenografie, al solo scopo di rappresentare il presente senza alcuna prospettiva futura, perché non si dà futuro là dove non si danno finalità.
Ed è proprio della tecnica non avere finalità, né tanto meno, come opportunamente sottolinea Gregotti, una capacità simbolica in grado di rappresentare le migliori speranze collettive di qualità e di senso, ma solo uno sviluppo autoreferenziale, promosso da un impulso verso un perfezionamento distruttivo di cui forse non abbiamo ancora scoperto il fondo. Ma ormai anche 1’ “abitare” è confluito in questo processo per cui viene da chiedersi, non senza una certa inquietudine, che ne sarà dell’uomo che più non riconosce la “sua” abitazione e quindi l’orizzonte che da quel punto si diparte?
| Sede legale: VIA S. MARIA LA PORTA, 11/13 – 98122 MESSINA – TEL. FAX 090/363759 Sede operativa: VIA MADDALENA, 8 – 98123 MESSINA - TEL. 090 2935846 Cod. Fisc. n. 97019140835, partita IVA n. 02512040839 |
|---|